lunedì 21 settembre 2009

Crisi, formazione, trasformazione

La grande paura collettiva scatenata dall’irruzione nelle nostre vite della crisi, pare, in questo crepuscolo di estate, essersi affievolita. Le catastrofi paventate non sono accadute e gli effetti dello sconquasso finanziario sembrano essersi incanalati nel flusso di un’economia limacciosa, stagnante, appoggiata su fondamenta traballanti. Nelle aziende i manager tengono per lo più lo sguardo su un orizzonte temporale corto, rappezzano il rappezzabile e fanno i conti con climi interni tendenzialmente depressi. Il pensiero corrente, quello che da mesi circola su giornali, libri, riviste, convegni, reitera un mantra che fin da subito era parso vero ma, contemporaneamente, consolatorio e virtuale, ossia che le crisi contengono opportunità di trasformazione. I più intuiscono facilmente la profonda verità del concetto e facilmente concordano sull’idea che questo sarebbe il tempo del coraggio, del grande progetto, dei cuori gettati oltre gli ostacoli. Ma, al tempo stesso, misurano la distanza tra ambizioni auspicabili e ragionevoli e i bassi livelli di energia che i contesti aziendali esprimono di questi tempi. La scossa elettrica della crisi più che attivare energie pare le abbia spente. Il lavoro quotidiano posto di fronte ad una complessità sconcertante apre voragini di dubbio: perché, per chi lavorare dodici ore al giorno? Dove trovare l’entusiasmo, la vitalità, il coraggio di pensare a progetti belli e innovativi? Dove reperire l’energia necessaria e sovrabbondante per esprime leadership, per influenzare contesti contradditori, per ispirare e guidare i propri collaboratori? In questo spazio si apre la possibilità di una formazione che lavora per la ricerca del senso. C’e’ un’idea scellerata all’interno delle pratiche di potenziamento personale che vengono offerte di questi tempi alle persone che lavorano, un’idea che propone la medicina di una sorta di doping mentale. Un’idea muscolare della mente che invita a essere forti, a caricarsi, a resistere. E’ un’idea scellerata perché non centra il punto: l’energia è legata al benessere e il benessere è profondamente connesso all’attribuzione di senso alla propria esperienza di lavoro e di vita. La possibilità che si apre è dunque quella di una formazione al benessere fondata sulla ricerca di senso. Una formazione che lavora sulla consapevolezza di sé, sul riconoscimento degli elementi che stanno alla base della nostra motivazione e sul loro collegamento al lavoro. Una formazione che lavora sulla creazione di legami armoniosi tra ciò che siamo e ciò che facciamo. Perché la crisi possa essere effettivamente un’occasione di trasformazione.

Marco Poggi

2 commenti:

  1. Ho letto l'articolo “Crisi, formazione e trasformazione” di Marco Poggi e vorrei chiedere all’autore se può approfondire alcuni concetti.
    Questa crisi è stata veramente percepita
    come una scossa elettrica? A me sembra invece che abbia seguito un percorso più lento consumando dal di dentro la forza vitale delle aziende.
    Se fosse stata una scossa elettrica forse avrebbe reso incerto solo il lato economico e non insinuato il dubbio sul perché della propria realtà lavorativa. Perché questo
    accada è necessario che la crisi si prolunghi per un tempo abbastanza lungo da far cedere i pilastri delle proprie certezze.
    Riferendomi alla mia esperienza, io non cerco il benessere nel mio lavoro, ma uno stimolo, anche un po’“pericoloso”, se cosi si può dire,
    che mi faccia crescere. Ho la sensazione
    che la mia resistenza non sia legata alla paura di cadere, ma alla paura dell’immobilità che crea un clima interno depressivo.
    Non so se mi può aiutare approfondendo di più i concetti di vitalità e soprattutto di ricerca del senso.

    Ilaria C.

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  2. Si, è vero: è stata una scossa elettrica strana, che non ha attivato energie ma ha smosso emozioni vischiose e devitalizzanti. E' interessante interrogarsi sul perchè. Forse quei pilastri su cui si appoggiavano le certezze erano fragili, simili alle colonne di cartapesta di un assurdo set cinematografico...Poi ci siamo noi, ovvero ciascuno di noi. E la domanda sul senso credo che diventi necessaria: che senso ha per me tutto questo? Cosa voglio? Dov'è il mio desiderio?... Sono domande faticose e bellissime; pericolose ed evolutive. Il benessere a cui penso io non è quello di quelli che se ne stanno beati senza problemi, ma quello dell'essere - bene, ovvero della pienezza e della vitalità che sorgono dall'ascolto dì sé e del proprio malessere.

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